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January 29 PORNO
Irvine Welsch, scrittore di “TRANSPOTTING” romanzo ambientato negli anni novanta, ripropone gli stessi personaggio per raccontare il seguito, dal titolo “PORNO”.
In PORNO, Welsh racconta le vicende dei quattro di Leith dieci anni dopo, i mitici Sick boy, Mark Renton, Spud e Begbie vivono storie parallele, anche se, dopo la fuga del Rent boy con i soldi e la cattura e incarcerazione per omicidio preterintenzionale del Beggar boy ognuno è andato per la propria strada. Il mite Spud ha avuto un figlio da Alison, ma è ancora a farsi i conti in tasca per procurarsi la droga da cui dipende e per la quale si trascina di locale in locale ogni giorno, trascurando l’amata e il figlioletto. Cerca assoluzione in un gruppo di sostegno per tossici mentre tenta di scrivere un libro su Leith.
Sick boy nel frattempo si è messo al lavoro come barista in un pub e ha trovato nuovi amici, che sono a loro volta protagonisti di questa nuova avventura.
Simon è ossessionato dal sistema e cerca ancora in tutti i modi di intaccarlo, entrandovi come lavoratore, anche se tutt’oggi non ha ancora smesso con la droga, che tuttavia, all’inizio, sembra reggere bene. L’idea che frulla nella sua mente di fare soldi con la pornografia viene da uno dei nuovi personaggi: Gas Terry.
Gas terry è proprietario di un pab a leith, dove svolge lo stesso lavoro di Simon e organizza raduni clandestini di “pornofili”, girando filmati porno amatoriali ogni sera dopo la chiusura.
L’idea è appunto quella di mettere in commercio un film porno “innovativo”, in questo intento Simon non si darà per vinto, spinto anche dalla sua nuova fiamma, Nikki Fuller Smith , giovane studentessa che riuscirà a trascinare nel suo progetto, facendola partecipare come attrice protagonista.
Nikki conosce Simon e Terry tramite Rab Birrel suo amico da tempo e con cui scriverà il copione di sette troie per sette fratelli. La signorina Smith è da tempo dipendente in una sauna dove lavora come massaggiatrice ed è convinta che dal masturbare, o “massaggiare”, i suoi clienti e girare un film a luci rosse non vi sia una gran differenza e si lascia così raggirare. Da tempo presa da complessi nel guardare riviste di moda con in copertina fotomodelle sogna di essere come loro e si lancia nella scalata al successo, trascurando però diversi aspetti tra i cuali le droghe leggere di cui fa uso e il carattere menefreghista e sfruttatore del suo “capo” Simon David Williamson.
Nel frattempo Begbi viene scarcerato e rivuole i soldi da Rents, quelli che gli spettano di diritto!
January 12
scritto da Simone Gambacorta
Mattia Albani è nato a Giulianova (Teramo) nel 1986. Esordisce pubblicando come primo libro la raccolta di poesie “L’apnea dei 22. Rincalzi d’albe e scucite metafore” (Aletti Editore, pp. 100, Euro 14).
Sei nato nel 1986: quando hai inziato a scrivere poesie?
«Come autore di opere in versi sono un soggetto molto vicino alla realtà delle lucine di natale: intermittente. Infatti ho tentato di scrivere piccole poesiole intorno ai dieci anni, poi ho smesso, per riprendere tra i quattordici ed i sedici, poi ho smesso di nuovo, ed ho ricominciato a ventun’anni. Adesso ne ho ventidue, di anni, quasi ventritrè. Seguendo la media, quindi, è molto probabile che a breve mi stufi ancora della mia impudenza poetica e, vinto dal pudore e dal buon senso, abbandoni nuovamente la poesia per qualche anno. Vedremo».
C’è stato un motivo particolare che t’ha spinto a farlo?
«Ho iniziato a scrivere piuttosto seriamente poesie tra i quattordici e i sedici anni, così, per presunzione. All’epoca ero un divoratore incallito delle opere di Edgar Allan Poe. Leggevo soprattutto i racconti, ignorando l’esistenza delle poesie, e tentando di riprodurne su carta l’andamento e le atmosfere. Scrivevo più che altro racconti, a quel tempo. Poi ho scoperto l’esistenza di “Il corvo e le altre poesie” ed ho incominciato ad odiare il caro Poe. C’era, in quei versi, qualcosa di troppo farraginoso e meccanico, nulla che lasciasse intravedere la speranza di un proseguio come poeta. E invece, Poe, ne aveva scritte tantissime altre, di poesie. Qualcosa non quadrava. Un giorno, mi capitò fra le mani la sua opera omnia, con testo originale a fronte. Fu la svolta. Mi sembrava che le traduzioni fossero totalmente arbitrarie (ecco il primo sintomo di presunzione) e, così, pure non capendo assolutamente un’acca di inglese, né di prosodia e metrica anglosassone (anche se Poe era americano), decisi di tradurre quei versi da me, cercando di adattare la computazione sillabica dell’originale (che, ho scoperto in seguito, impiegava il sistema metrico latino) alle forme italiane del verso. Una sorta di nuova e zoppicante metrica barbara, insomma (secondo sintomo di presunzione). Da qui, progedendo con il mio lavoro di traduzione e reinterpretazione, l’impulso di provare a ricalcare quel tipo di poesia sforzandomi di cambiare le parole dell’autore con parole che fossero esclusivamente mie (terzo sintomo di superbia). Inizialmente erano titoli come “Catabasi proserpinica” o “Voto al Nulla di un ex vampiro tardo-accondiscendete un dì servitore dell’Altissimo”. Roba così, insomma. Poi (e questo è l’ennesimo sintomo di superbia) ho deciso che il ruolo di nuovo Poe mi andava stretto e, anhe un po’ vergognandomi di quello che avevo scritto, confinai tutto nel dimenticatoio. Poi la superbia è riemersa e sono tornato a scrivere. Ecco, sinteticamente, direi che sì, c’è stato un motivo particolare che mi ha spinto a scrivere poesie, anzi due: presunzione e vanità. Che poi, alla fine, si riducono ad uno solo».
Cosa significa scrivere versi? Che tipo esperienza è?
Scrivere versi non è ispirazione. O meglio: scrivere versi non è solo ispirazione. Sarebbe riduttivo. Scrivere versi è qualcosa di più, altrimenti non si spiegherebbe come mai la poesia venga ancora classificata come il genere letterario più alto. Se fosse solo ispirazione tutti sarebbero capaci di scrivere una poesia. E invece no: molti sono capaci di scrivere parole una dietro l’altra, andando a capo di tanto in tanto; pochi sono capaci di comporre versi; ma pochissimi sono in grado di scrivere poesie. Come ogni testo letterario, anche la poesia partecipa al famoso processo combinatorio che sia Poe, sia Calvino, sia Eco (per citarne alcuni) spesso ci hanno descritto. In soldoni, “processo combinatorio” vuol dire che nessuno inventa niente, ma tutto si basa su un Modello. Il Poeta è colui il quale riesce a superare il Modello, possibilmente senza rinnegarlo, trovando la propria originalità, che non è data dal Genio, bensì dalla capacita combinatoria dei Modelli che si prendono come riferimento, cioè dal sistemarli in maniera tale da dare l’impressione che si crei qualcosa di nuovo senza snaturarli, però».
Dunque…
«Scrivere versi non può essere solo ispirazione, altrimenti andrebbero a farsi friggere anni ed anni di studi semiotici (anacronistici e non). Scrivere versi significa iniziare e concludere un processo le cui tappe si possono riassumere in: idea di base, manipolazione dell’espressione, riassestamento dell’idea e mutamento del linguaggio. Il tutto per offrire al lettore una nuova visione delle cose. Questo significa scrivere versi (Poetry - come Genius - is twenty per cent inspiration and eighty per cent perspiration). Chi non partecipa di questa esperienza non è uno che scrive in versi bensi uno che scrive andando a capo. Il Poeta è un’altra cosa, è uno che trascende questa esperienza. È un altro pianeta».
Dammi una tua definizione di poesia.
«La poesia deve essere musica, avere ritmo, suoni, suggestioni. Deve rappresentare immagini come se il poeta vi entrasse in contatto per la prima volta. Non deve renderle più comprensibili, bensì stimolarne una percezione diversa, particolare, accrescerne la durata e la difficoltà. La Poesia non deve raccontare: la Poesia deve svelare».
Ora dammi invece una tua definizione del fare poesia.
«Fare poesia è rendersi conto di essere miopi, anche astigamtici. Quando ci accorgiamo che incominiciamo a vedere le cose in maniera un po’ diversa, subito corriamo dall’oculista. In poesia funziona più o meno allo stesso modo: quando ci si accorge che una cosa è così, ma può essere anche in questo modo o in quest’altro ancora, o in un qualunque altro modo, allora si cerca di mettere bene a fuoco. Quando non hai problemi fisici di vista, il modo migliore per mettere a fuoco è quello di cercare le giuste lenti nella Poesia».
E il poeta, cos’è, chi è, il poeta?
«Il Poeta è un alieno. Uno che viene da un altro pianeta. Un extraterrestre».
Credi abbia un ruolo all’interno della società?
«Il ruolo del Poeta all’interno della società è lo stesso degli UFO. Una diceria, un mito, una leggenda. Un oggetto volante non identificato: c’è sempre qualcuno che dice di avverne visto uno, ma in fondo non ci crede tanto nenache lui, e c’è sempre qualcun altro che dice che non esistono, così per partito preso, senza fornire palusibili spiegazioni. Un UFO, in sostanza. E questo perché il Poeta è al di là della società, la sovrasta guardandola con quegli occhi che solo lui possiede. Qualche volta interviene, lancia i suoi messaggi, cerca di dare a tutti il suo modo di guardare le cose, ma troppo spesso dimentica di essere un alieno. Quante persone darebbero retta ad un alieno? Per non parlare poi di quante persone hanno mai visto un alieno. Per il Poeta è uguale. Esiste solo nella misura in cui la gente compra le sue opere. Altrimenti non esiste. Ora, si sa che il mercato della poesia non sia molto frequentato, quindi, inevitabilmente, il Poeta altro non diviene che un extraterrestre che viaggia a bordo del suo libro (UFO, in quanto per molti, veramente, oggetto volante non identificato). Ogni tanto qualcuno lo vede, magari lo racconta ad altri, ma alla fine nessuno gli crede. E allora cosa resta da fare al nostro povero Poeta E.T. se non prendere atto del suo ruolo fiabesco e leggendario? Cosa può fare E.T. se non stimolare la fantasia e la speranza? Questo può fare un alieno, non di più, perché se tutti cominciassero a prendere coscienza della propria esistenza, ecco che sarebbe requisito dalla NASA, seviziato e studiato fino a farlo conoscere a tutti. E a quel punto tutti smetterebbero di stupirsi».
Quindi tu ti consideri un poeta?
«No, per carità, io non sono un alieno! Soffro anche di vertigini. Va be’ che prima ho detto di essere superbo, ma non fino a questo punto. Per ora sono solo uno che scrive versi, ma non ancora un Poeta. Forse lo diventerò - ecco di nuovo la presunzione - o forse no, ma per adesso mi limito a guardare il cielo con il mio telescopio in cerca di qualche nuovo UFO».
E quali sono i “tuoi” poeti? Quali sono, cioè, qui poeti che ritieni imprescindibili?
«Su tutti Dino Campana. Ma sono particolarmente legato anche a Poe, Baudelaire, Rimbaud, Withman, Carducci, D’Annunzio, Montale, Pascoli, Mallarmé, Lautreamont, Saba, Alfieri e Tasso. I contemporanei li spio al telescopio».
Al di là della poesia, parlami un po’ delle tue letture: quelle che ti hanno formato, quele che continui a rileggere e a interrogare…
«Faccio sempre fatica a parlare delle mie letture: ogni volta mi dimentico tutto. Forse è dovuto al fatto che solitamente non rileggo quasi mai quello che ho già letto una volta. Cercherò, per tanto, di ricordare quano più possibile. Ho iniziato il mio “apprendistato” di lettore, come ho già detto con Poe. Da lì in poi ho spazziato su molti generi (mantenendo comunque, e forse purtroppo, una formazione prettamente scolastica e poco “originale”), da Lovecraft a Calvino (“Se una notte d’inverno un viaggiatore” è geniale), ma anche Dostoevskij, Puskin, Tolstoj, Bulgakov (la letteratura russa mi piace molto); Bukowski, Miller, Nabokov, Mishima, Orwell, Hemingway, Pavese, Baricco e tantissimi altri. Negli ultimi sei anni mi sto appassionando ad Umberto Eco (soprattutto come saggista) e, in generale, alla dottrina semiotica».
“L’apnea dei 22” è il tuo primo libro di poesie: parlamene un po’?
«E’ il mio primo libro in assoluto. La mia prima pubblicazione ufficiale. Una raccolta di quaranta pezzi che ho cercato di scrivere in maniera tale che le poesie in essa contenute accrescessero la difficoltà e la durata della percezione e rappresentassero le immagini come se io stesso che le propongo vi entrassi in contatto per la prima volta. Lo scopo, ovviamente, non era quello di rendere più comprensibile l’immagine (e il suo significato), bensì di stimolarne una percezione particolare. Questo spiega l’uso di arcaismi, la difficoltà l’oscurità dell’organizzazione sintattica e le violazioni ritmiche. Ho inoltre cercato di innestare, su un inevitabile fondo di ovvia cultura locale, rami del simbolismo francese. Ho cercato di far sì che ne “L’apnèa dei 22” tutto diventasse simbolo, nel tentativo di comporre una poesia che riuscisse ad immettere il senso dei colori e della musica nel mistero della parola poetica, oltre a comunicare sensazioni primigenie e notturne, proprie della Poesia».
Come mai questo titolo?
«Il libro, inizialmente, aveva un altro titolo nella mia testa, che era “Niente di certo”. L’ho scartato perché, nella raccolta, c’è un pezzo (mi piace chiamarli così, i miei versi) che porta lo stesso nome, e questo avrebbe portato il lettore ad attribuire al pezzo in questione un ruolo preminente all’interno della raccolta (e non è così); poi anche perché un titolo del genere avrebbe portato il lettore ad immaginarsi la trama di un Thriller o un Noir e non mi andava di illudere eventuali acquirenti alla ricerca di storie di genere. Il mio proposito era di intitolare il libro “Poesie”. Titolo molto neutro. Ma a quel punto avrei ristretto eccessivamente il ventaglio di compratori ai soli amanti della poesia (ben pochi). Io volevo indurre le persone a comprare il mio libro senza inganni, semplicemente incuriosendole, stuzzicandole. L’idea dell’ “Apnea dei ventidue” mi venne quasi per caso e mi piacque subito, perché con un titolo del genere il lettore poteva procedere a proprio piacimento nelle interpretazioni, semplicemnte basandosi sul significato che le parole hanno da vocabolario ed assumono collegandosi tra di esse. Ad esempio, “apnea” vale sospensione volontaria della respirazione, effettuata specialmente nelle immersioni; “ventidue”, invece, è un semplice aggettivo numerale che, in questo caso, coincide con la mia età anagrafica».
Anche il sottotiolo attira: “Rincalzi d’albe e scucite metafore”…
«Una volta scelto “L’Apnea dei ventidue” per non tradire il mio proposito (quello di non ingannare i lettori), ho deciso di aggiungere un sottotitolo velatamente descrittivo. Un sottotitolo che fosse una sorta di manifesto poetico. Un manifesto della poetica espresso in quelle pagine. Così ho inserito “Rincalzi d’albe e scucite metafore” che, nonostante sia il verso iniziale di una poesia contenuta nel libro, non attribuisce al pezzo che lo contiene particolare importanza (poiché il suo significato differisce da quello che assume all’interno della poesia). Anche in questo caso le interpretazioni si moltiplicano. “Rincalzo”: appoggio, sostegno, aiuto, rinforzo ed anche riserva; “alba”: prima luce del mattino e il momento di passaggio dalla notte al giorno, in senso figurato può valere anche come inizio, principio, e in letteratura è un componimento poetico-musicale di origine medievale sul tema della separazione degli amanti che avviene all’alba; “scucito”: che presenta scuciture (in senso figurato, invece: slegato, privo di nesso logico, che avviene, che si manifesta in maniera discontinua, intermittente); in fine metafora: proprio quest’ultima parola dovrebbe indicare la materia fondamentale dell’opera, ovvero la poesia».
Come hai detto libro raccoglie quaranta poesie: le hai scritte con l’idea di farne una silloge? Oppure sono venute fuori una dopo l’altra e a un certo punto hai pensato di riunirle?
«Dopo l’ennessimo allontamento dalla poesia, me ne sono riavvicinato grazie ad una seri di lezioni universitarie, per le quali, ad ogni incontro bisognava portare un componimento scritto secondo determinate caratteristiche. Durante queste lezioni ho scritto una quindicina di pezzi. Poi, un giorno, la professoressa ci indica un sito di scrittura creativa col quale lei collaborava. Posto qualche pezzo fra quei quindici che avevo e ricevo un messaggio da una casa editrice che mi informa che stanno indicendo un concorso di selezione di opere inedite, che sarebbero interessati alle mie poesie, e che, se volevo, loro sarebbero stati lieti di analizzare i miei pezzi. Ne servivano almeno trenta. Così ho riagganciato i rapporti con la poesia e sono riuscito a creare quaranta pezzi. Gli ho messi insieme in una raccolta e l’ho spedita. Dopo un mese ho ricevuto la proposta di pubblicazione».
Com’è organizzato il volume?
«Il volume è diviso in sei sezioni, con tre intermezzi, un epilogo, un colophon ed un’epigrafe. La prima parte dell’opera, dal titolo “Scuri e chiaroscuri”, elenca nove composizioni che possono essere interpretate attraverso il passaggio dalla notte al giorno, dove la notte è spesso trasfigurata, antropomorfizzata, giocando sul sottile parallelo tra la notte e la donna. Il passaggio prosegue nella seconda parte, intitolata “Risvegli”, in cui si contemplano le visioni indotte dal sonno delle tenebre alla fantasia. Da qui si snodano, in successione, ricordi/visioni di amori passati (si noti il trittico di donne “Bianca”, “Delfina” e “Come la madonna”, i tre intermezzi, tutti nella forma del poema in prosa), di morte (“Falci d’agricoltore”), di rabbia ed insofferenza (“Immagini di ruggini e di ancore”), dei peccati del mondo e della speranza (“Il fango, il cielo, la terra”), di amore carnale per la donna (“Quello che fu e quello che è”), per poi concludersi nell’anamnesi della mia vita con l’ultimo componimento (l’epilogo), a sé stante, intitolato “Niente di certo altrove”, nel quale traccio le tappe fondamentali dei miei primi ventidue anni di vita, non senza una sottile vena di amarezza e sfiducia nel futuro».
Dunque quale ritieni sia il cuore pulsante, il nucleo fondamentale del tuo libro?
«Tutta la prima sezione degli “Scuri e chiaroscuri”, perché è da lì che poi si spiega tutto il resto, è da lì che prendono il via le immagini. È lì che ho messo maggiormente in mostra la mia idea di poesia, gli altri pezzi sono “variazioni sul tema”».
Che tipo di processo creativo è quello da cui nascono i tuoi versi? Arrivano di getto? Oppure sei uno che lavora e rilavora intorno a quel che scrive?
«Il processo creativo parte sempre dall’ispirazione, scrivendo di getto tutto quello che si ha in mente di proporre nella poesia. Dopo, però, il fiume dell’ispirazione lo si deve arginare a tavolino, plasmandolo a seconda dell’effetto che si vuole ricreare. Quando un Poeta dice che ha lavorato nel raptus dell’ispirazione, state pur certi che sta mentendo. Poi c’è pure chi dice di lavorare senza pensare alle regole del processo creativo, ma questo non vuol dire che non le usi, vuol solo dire che non sa di conoscerle».
Quand’è che capisci, o che senti, che una poesia è pronta per vivere di vita propria?
«Solitamente quando riesco a mettere il punto alla fine dell’ultimo verso. Ci sono alcuni dei miei pezzi che non hanno alcun segno di punteggiatura, salvo il punto alla fine del verso. Quello c’è sempre. Se non ci fosse quel punto la poesia potrebbe andare avanti, ma col punto si ferma lì. È finita. Ha detto tutto. Ha suonato come doveva, perché la poesia dev’essere ritmo e musica. Quando la mia poesia fissa l’attenzione del lettore sul proprio ritmo e non più sul significato, è allora che posso mettere il punto».
Tempo fa mi hai parlato dei formalisti russi, dello straniamento, dello spaesamento. Ripetiamo quelle cose a chi ci legge.
«Certamente. Il testo poetico, secondo quanto teorizzato dai formalisti russi, opera sul lettore un effetto di straniamento, che finisce per veicolare anche il linguaggio. Il poeta, per descriverci qualcosa che magari abbiamo sempre avuto davanti agli occhi, usa le parole in maniera differente da come le useremmo noi, e la nostra prima reazione si cristallizza in un senso di spaesamento, quasi non fossimo in grado di riconoscere l’oggetto rappresentato (questo è dovuto all’organizzazione ambigua del messaggio rispetto al codice), che ci induce a guardare quell’oggetto in modo diverso e, contemporaneamente, ci porta a rivolgere la nostra attenzione anche sui mezzi della rappresentazione e sul codice a cui si riferiscono. Ecco così che il testo poetico diventa autoriflessivo, poiché attira l’attenzione del lettore (consapevole o meno) anche sulla sua organizzazione interna. Ambiguità ed autoriflessività sono le caratteristiche principali della Poesia».
Mi hai parlato anche di Baudelaire, Rimbaud, Poe e Withman…
«Come dicevo, ogni autore scrive rifacendosi ad un modello. Io come Modelli ho preso Poe, Baudelaire, Rimbaud e Withman. Dal primo ho preso il meccanismo di lavorazione descritto in “Filosofia della composizione” e in “Il fondamento logico del verso”, nonché alcune immagini e suggestioni caratteristiche (soprattutto nella prima poesia, “Non dire una parola”); da Baudelaire ho preso in prestito il fascino per l’esotico e il perenne richiamo all’Eros; da Rimbaud l’ambizione di una conoscenza visionaria; mentre da Withman la lunghezza dei versi e l’esaltazione dei corpi».
Poi ci sono Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Campana…
«Certo. Non va dimenticata la nostra tradizione letteraria, dalla quale ho estrapolato questi quattro nomi. Quelli che sentivo più vicini al mio ideale di poetica. Siccome la Poesia dev’essere musica, ritmo, senza mai perdere di vista la tradizione, e poiché in molti pezzi ho inserito versi lunghissimi alla maniera di Withmann, sentivo il bisogno di regolamentarne il suono. Così ho seguito la strada indicata da Carducci con la sua metrica barbara, in maniera tale da avere versi lunghi ma musicali e prosodicamente corretti. In realtà, mi sono semplicemente limitato ad unire in uno stesso rigo enecasillabi, settenari, novenari e quinari senza guardare al modello latino, ma comunque l’idea l’ho presa da Carducci. Anche il sapore leggermente Kitsh dei miei pezzi lo devo a lui. Poi c’è Pascoli, l’incarnazione italiana dei simbolisti francesi, colui il quale ha fatto la propria fortuna proponendo sempre modi diversi di guardare le cose, con una musicalità ed un’originalità combinatoria senza eguali. Come potevo non attingere anche da lui? Di D’Annunzio ho cercato di ricreare la solennità. Campana, invece, è il poeta che racchiude in sé tutto quanto detto finora. Il mio poeta preferito, tra l’altro».
Da un punto di vista intimo, quanto ti è costato scrivere queste poesie?
«Non vedo la Poesia come un processo intimo. Non credo che nei suoi versi il Poeta lasci se stesso, né che la Poesia sia la sua anima. Sono più pragmatico, io. Quando finisco di scrivere una poesia non mi sento né sollevato né svuotato. Mi sento soddisfatto, come quando risolvo un rebus. Ecco, credo che la Poesia sia un rebus, un enigma. La fatica che si compie nell’affrontarla è puramente intellettuale. Non la vedo né come terapia né come psicopatologia. Ho un buon rapporto con la Poesia, io».
Chiaro. Ciò tuttavia non significa che non la si possa pensare diversamente. Magari uno arriva a trent’anni e s’accorge di pensare cose opposte a quelle che riteneva certe a ventidue. E a proposito di angrafe: sei del 1986. Quale ritieni sia il rapporto della tua generazione con la poesia?
«Puramente scolastico. E questa è la causa per cui molti miei coetanei fuggono dalla Poesia come dalla peste nera; l’hanno sempre associata ad un voto, ad un’interrogazione. C’è chi la guarda con scetticiasmo, chi storce il naso, chi scappa via. E c’è ne sempre uno che dice: «Che è ‘sta roba?». Le stesse reazioni che si avrebbero – e si hanno – davanti ad un UFO». December 25

"L'apnèa dei 22. Rincalzi d'albe e scucite metafore" non è solo una mirabile silloge poetica o un semplice libro: è un'asfissìa, una sospensione volontaria della respirazione effettuata del mare della vita a ventidue anni. E' un'immersione, per sostenere e rinforzare l'attimo che intercorre fra il buio e la luce, senza perdere di vista l'inizio, il principio. Il tutto in chiave poetica; una poetica che non rinnega le proprie origine e gode della musicalità e del ritmo delle proprie parole, che non aspira alla perfezione, non disdegna qualche slegatura, qualche intermittenza, qualche imbarazzo della metafora, e si propone di offrire dei modelli di riserva, delle alternative al comune spirito di osservazione. Tutto questo, e molto altro ancora, è "L'apnèa dei ventidue. Rincalzi d'albe e scucite metafore", opera prima dell'esordiente Mattia Albani.
December 01
VINICIO CAPOSSELA
Vinicio Capossela (Hannover, 14 dicembre 1965) è un cantautore italiano. Nato in Germania, da genitori di origine irpina (il padre, Vito, è di Calitri, la madre di Andretta) torna poco dopo in Italia con la famiglia. Cresce artisticamente nei circuiti underground dell'Emilia-Romagna, fino ad essere notato e lanciato da uno dei massimi esponenti contemporanei della musica d'autore,Francesco Guccini. Vive da quasi 20 anni a Milano. Il nuovo millennio lo avvicina molto alla sua terra d'origine, l'Irpinia, e questo amore reciproco con la gente del luogo si concretizza con la cittadinanza onoraria concessagli dal comune di Calitri per onorare la sua grande genialità e creatività.Debitore nella sua visionarietà poetica verso gran parte della letteratura del Novecento, Capossela ha scritto anche un libro, Non si muore tutte le mattine, uscito nel marzo 2004.Carriera [modifica]Il suo album d'esordio, All'una e trentacinque circa, risale al 1990. Ad esso è seguito poi Modì, che prende il nome dalla canzone omonima dedicata al pittore Amedeo Modigliani, una ballata lenta e commovente in cui si racconta la storia d'amore tra lo stesso pittore livornese eJeanne Hébuterne, vicenda che viene osservata dal punto di vista soggettivo della donna. Tra gli altri brani dell'album figura … e allora mambo, titolo di coda del film Non chiamarmi Omar (nel quale lo stesso Capossela recita una piccola parte), che successivamente farà parte della colonna sonora dell'omonimo film con Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.Anche l'album successivo, Camera a sud, si lega al cinema in maniera ancora più forte del precedente, sia per Che cossè l'amor – inserito nella colonna sonora de L'ora di religione di Marco Bellocchio e in quella del primo film con Aldo Giovanni e Giacomo e Marina Massironi, Tre uomini e una gamba – sia per Zampanò, ispirato al film La strada di Federico Fellini.Nel 1996 esce Il ballo di San Vito (l'album della svolta) definito dallo stesso Vinicio non un disco, ma una vicenda. È tuttavia, con canzoni come Accolita dei rancorosi – liberamente tratto dal libro La confraternita del Chianti di John Fante – con L'affondamento del Cinastic (che narra il fallimentare esperimento del caffè letterario Chinasky di San Giuliano Milanese) e con Corvo torvo, probabilmente ispirato al Racconto dell'economo dai celeberrimi I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer[senza fonte], che questo album rivela una palese contaminazioneletteraria. In particolare è evidente la fortissima influenza del cantautore americano Tom Waits, influenza già presente nei dischi precedenti e che continuerà a contrassegnare fortemente Capossela, in studio e dal vivo.Dal repertorio di Capossela sono da segnalare La pioggia di novembre, ripresa da Lucia Vasini, e Tanco del Murazzo, modificato da Paolo Rossi in Tango dei furiosi (parte del repertorio della trasmissione televisiva Il laureato). Ma anche Liveinvolvo, con la partecipazione dellaKočani Orkestar, e, del 2000, Canzoni a manovella, in cui degne di rilievo sono la canzone d'apertura, Bardamu, ispirata al protagonista del celeberrimo Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, Decervellamento, anch'essa presente, seppur con qualche modifica, nella trasmissione Il laureato, Contratto per Karelias, un brano rebetiko tradotto dall'originale greco di Markos Vamvakaris dal nome Φραγκοσυριανή,Con una rosa, rielaborazione del racconto L'usignolo e la rosa di Oscar Wilde.L'album Canzoni a manovella viene premiato dal Club Tenco con la Targa Tenco per migliore album, a pari merito con Amore nel pomeriggio diFrancesco De Gregori.Nel 2003 Capossela ha pubblicato la raccolta L'indispensabile, con una cover di Si è spento il sole di Adriano Celentano.Nel 2006 pubblica l'album Ovunque proteggi: il chitarrista è ancora Marc Ribot, collaboratore abituale di Tom Waits, già apparso alla chitarra negli album Il ballo di San Vito e Canzoni a manovella oltre che nell'inedito "Scatà Scatà (scatafascio)" presente in Liveinvolvo. Nell'albumOvunque proteggi compare un brano intitolato S.S. dei naufragati che trae ispirazione dalla Rhyme of the ancient mariner di Samuel Taylor Coleridge, a cui si aggiungono elementi di religiosità popolare dell'Italia del sud. Sono stati realizzati come singoli radiofonici i brani Ovunque Proteggi, Brucia Troia, Medusa Cha Cha Cha e Dalla Parte di Spessotto (composto con musicisti di Calitri, gli stessi che suonarono al matrimonio dei suoi genitori e che lui simpaticamente ha ribatezzato "la banda della posta").Sempre nel 2006, a novembre, esce il cd/dvd Nel niente sotto il sole - Grand tour 2006 riguardante il tour del 2006. Per questo concerto riceve il "Riccio d'Argento" del celebre orafo Gerardo Sacco come "Miglior Live Teatrale" dell'anno, principale riconoscimento di Fatti di Musica, la rassegna ideata e diretta da Ruggero Pegna, che presenta e premia alcuni tra i concerti d'autore di maggior successo di ogni stagione.Il 18 agosto 2008 per protestare contro la decisione del Governo Berlusconi di creare una discarica sull'Altopiano del Formicoso in località "Pero Spaccone", tiene un concerto ad Andretta (paese natìo della madre) per sostenere la causa delle popolazioni locali riguardo alla crisi dei rifiuti in Campania. Durante il concerto, oltre alle canzoni del suo repertorio si è divertito a leggere e cantare stornelli e canti popolari dell'AltaIrpinia e alcune cover di Matteo Salvatore insieme agli amici della banda della posta di Calitri (formata da Matalena, Tottacreta, il Parrucchiere e Rocco Briuolo) e "Ciccillo" Di Benedetto, lo storico ristoratore citato nella canzone Al veglione.Il 17 ottobre 2008 è uscito Da solo, il suo decimo album.Il 30 Novembre 2008 durante un concerto al teatro Goldoni di Livorno viene premiato con il premio Piero Ciampi. August 18 MODI'
Nato in Toscana da una famiglia ebraica - quarto figlio del livornese Flaminio Modigliani e di sua moglie, francese di nascita, Eugénie Garsin - crebbe nella povertà, dopo che l'impresa di mezzadria in Sardegna del padre andò in bancarotta. Fu anche afflitto da problemi di salute, dopo un attacco di febbre tifoidea, avuto all'età di 14 anni, seguito dalla tubercolosi due anni dopo. La famiglia di Modigliani soffriva di una storia di depressioni, che colpì anche lui, e almeno alcuni dei suoi fratelli sembrarono aver ereditato la sua stessa vena testarda e indipendente. Nel 1898 il fratello maggiore ventiseienne, Giuseppe Emanuele, poi deputato del Partito Socialista Italiano venne condannato a sei mesi di carcere. Di salute assai cagionevole (cadrà più volte malato di polmonite, che infine si convertirà in tubercolosi), Modì sin da piccolo mostrò una grande passione per il disegno, riempiendo pagine e pagine di schizzi e ritratti tra lo stupore dei parenti; e, durante un violento attacco della malattia, sarebbe riuscito a strappare alla madre la promessa di poter andare a lavorare nello studio di Guglielmo Micheli, uno dei pittori più in vista di Livorno, da cui apprenderà le prime nozioni pittoriche, e dove conoscerà, nel 1898, il grande Giovanni Fattori. Nel 1902, Amedeo Modigliani si iscrisse alla Scuola libera di Nudo di Firenze, e un anno dopo si spostò a Venezia, dove frequentò l'Istituto per le Belle Arti di Venezia. È a Venezia che Amedeo provò per la prima volta l'hashish e, piuttosto che studiare, iniziò a a passare il tempo frequentando i quartieri più infimi della città. Nel 1906, Modigliani si sposta a Parigi, che all'epoca era il punto focale dell'avant-garde, dove sarebbe diventato l'epitome dell'artista tragico, creando una leggenda postuma, famosa quasi quanto quella di Vincent Van Gogh. Sistematosi a Le Bateau-Lavoir, una comune per artisti squattrinati di Montmartre, fu ben presto occupato dalla pittura, inizialmente influenzato dal lavoro di Henri de Toulouse-Lautrec, finché Paul Cézanne cambiò le sue idee. Sicché Modigliani sviluppò un suo stile unico, l'originalità di un genio creativo, che era contemporaneo dei cubisti, ma non faceva parte di tale movimento. Modigliani è famoso per il suo lavoro rapido: si dice completasse un ritratto in una o due sedute. Una volta terminati, non ritoccava mai i suoi dipinti. Eppure, coloro che posarono per lui dissero che essere ritratti da Modigliani era come farsi spogliare l'anima. Nel 1909, Modigliani fece ritorno alla sua città natale, Livorno, malaticcio e logorato dal suo stile di vita dissoluto. Non restò in Italia a lungo, e fece presto ritorno a Parigi, questa volta affittando uno studio a Montparnasse. Egli si era inizialmente pensato come scultore più che come pittore, e iniziò a scolpire seriamente dopo che Paul Guillaume, un giovane e ambizioso mercante d'arte, si interessò al suo lavoro e lo introdusse a Constantin Brancusi. Questi appaiono antichi, quasi egizi, piatti e che ricordano una maschera, con distintivi occhi a mandorla, bocche increspate, nasi storti, e colli allungati. Anche se una serie di sculture di Modigliani venne esposta al Salone d'autunno del 1912, a causa delle polveri generate dalla scultura, la sua tubercolosi peggiorava; abbandonò quindi la scultura prima della pietra e poi anche del legno, e si concentrò unicamente sulla pittura. Tra i suoi lavori si ricordano il ritratto del suo amico e forte bevitore Chaim Soutine, e i ritratti di molti dei suoi contemporanei che frequentavano Montparnasse, come Moise Kisling, Pablo Picasso, Diego Rivera, Juan Gris, Max Jacob, Blaise Cendrars, e Jean Cocteau. Suo più grande e fedele amico fu lo straordinario pittore Maurice Utrillo che visse gli stessi problemi di alcolismo che caratterizzarono la vita di Amedeo. Quando beveva diventava una persona amara e arrabbiata, sempre in cerca della rissa, come venne dipinto nel famoso disegno di Marie Vassilieff. Da sobrio, era graziosamente timido e affascinante, citava Dante Alighieri e recitava poesie dal libro di Lautréamont, Les Chants de Maldoror, di cui portava sempre con se una copia. Quando la pittrice inglese Nina Hamnett arrivò a Montparnasse nel 1914, durante la prima sera che vi passò, al "café" c'era un uomo sorridente, al tavolino a fianco, che si presentò come "Modigliani, pittore ed ebreo". Divennero grandi amici. Uno degli ultimi ritratti che fece Modigliani fu ad una ragazza dell'alta borghesia svedese Thora Klinkowstroem, che conobbe il pittore alla Rotonde offrendosi di posare per lui. La ragazza racconta così il suo modo di lavorare: «Dipingeva velocemente, bevendo un pò da una bottiglia di rum, "contro la tosse", diceva, e in effetti tossiva moltissimo. tornai per diversi pomeriggi e mi piaceva sempre più, anche se non potevo parlargli perchè non sapevo una parola né di francese né di italiano.» Kiki de Montparnasse ricorda il suo incontro con Modigliani al bistrot di Rosalie: «Il cliente che dava più filo da torcere a Rosalie era Modigliani, che passava il tempo a fare certi rutti che mi facevano tremare dalla testa ai piedi. Ma quant'era bello!» Nel 1916, Modigliani fece amicizia con il poeta e mercante d'arte polacco Leopold Zborovski, e con sua moglie Anna. Modigliani li dipinse diverse volte, chiedendo solo 10 franchi a ritratto. L'estate seguente, la scultrice russa Chana Orloffa lo presentò a una bella studentessa diciottenne di nome Jeanne Hébuterne, che aveva posato per Foujita. Jeanne proveniva da un retroterra borghese e conservatore e venne disconosciuta dalla sua famiglia, estremamente religiosa, a causa della sua relazione con il pittore, che ai loro occhi, non era nient'altro che un vizioso derelitto, e per giunta ebreo. Nonostante la famiglia di lei, ben presto andarono a vivere assieme, e anche se Jeanne fu l'amore della sua vita, le loro scenate in pubblico divennero persino più famose delle esibizioni soliste di Modigliani ubriaco. Dopo la morte di Modigliani, Jeanne distrutta dal dolore si lasciò morire prima ancora che venisse al mondo il loro secondo figlio. Si racconta che in punto di morte Picasso pronunciò il nome...Modigliani. Il 3 dicembre 1917, la prima personale di Modigliani, si tenne alla Berthe Weill Gallery. Il capo della polizia di Parigi rimase scandalizzato dai nudi di Modigliani e lo costrinse a chiudere la mostra a poche ore dalla sua apertura. Quello stesso anno, Modigliani ricevette una lettera da una ex-amante, Simone Thirioux, una ragazza Franco-Canadese, che lo informò di aver dato alla luce un suo figlio. Non riconobbe mai il figlio come suo, ma dopo essersi mosso a Nizza con la Hébuterne, questa rimase incinta, e il 29 novembre 1918, diede alla luce una bambina, che venne anch'essa battezzata Jeanne. Mentre era a Nizza, un soggiorno organizzato da Leopold Zborovski per Modigliani, Tsuguharu Foujita e altri artisti, allo scopo di cercare di vendere i loro lavori ai ricchi turisti, Modigliani riuscì a vendere pochi quadri e solo per pochi franchi ciascuno. Nonostante ciò, mentre era li produsse la gran parte dei dipinti che sarebbero infine diventati i suoi più popolari e di valore. Durante la sua vita vendette numerose delle sue opere, ma mai per grosse somme di denaro. I finanziamenti che riceveva, svanivano rapidamente in droghe e alcool. Nel maggio del 1919 fece ritorno a Parigi, dove, assieme a Jeanne e a loro figlia, affittò un appartamento in Rue de la Grande Chaumière. Mentre vivevano li, sia Jeanne che Modigliani dipinsero ritratti l'uno dell'altro e di tutti e due assieme. Anche se continuò a dipingere, per quel periodo il suo stile di vita era giunto a richiedere il conto, e la salute di Modigliani si stava deteriorando rapidamente. I suoi "blackout" alcolici divennero sempre più frequenti. Dopo che i suoi amici non ne ebbero notizia per diversi giorni, l'inquilino del piano sotto al suo controllò l'abitazione e trovò Modigliani delirante nel letto, mentre si aggrappava a Jeanne, che era quasi al nono mese di gravidanza. Venne convocato un dottore, ma c'era ormai poco da fare, poiché Modigliani soffriva di meningite tubercolotica. Gli aspetti dell'epoca di Amedeo Modigliani, non sono mai stati messi in evidenza, ma in seguito alla sua scomparsa André Salmon, in seguito Arthur Pfannstiel e dopo Joseph Lanthemann, sono stati gli autori di una certa ricerca approfondita sulle opere del pittore livornese, ma sono tutti deceduti. Oltre ad aver realizzato importanti cataloghi hanno iniziato ad archiviare le sue opere per musei e collezionisti privati. Arthur Pfannstiel è anche colui che ha archiviato più opere, sin dal 1929 del pittore d'origine italiana, più di 400 contro le trecento circa del suo collega l'esperto contemporaneo milanese Osvaldo Pattani. Un grande numero di fotografie, documenti originali in genere, e reperti bibliografici sono parte del patrimonio di circa 6000 documenti, del Modigliani Institut [1]. Christian Parisot, biografo dell'artista, è attualmente il solo abilitato a espertizzare legalmente le opere di Amedeo Modigliani e quelle della sua compagna Jeanne Hébuterne per volere degli eredi universali, Laure Modigliani e sua figlia Sarah. Il Comitato Modigliani è presieduto a titolo onorifico da Laure Modigliani, diretto da Christian Parisot, con Massimo Riposati vice presidente, Luciano Renzi amministratore e da un Comitato di garanti, tra cui Sylvie Buisson, Jean Marie Drot, Claudio Strinati, Gérard-Georges Lemaire, Franco Tagliapietra che si riunisce regolarmente per stabilire le eventuali opere da presentare in sede museale. Alla morte di Modigliani ci fu un grande funerale, cui parteciparono tutti i membri della comunità artistica di Montmartre e Montparnasse. Jeanne Hébuterne, che era stata portata alla casa dei suoi genitori, si gettò da una finestra al quinto piano, un giorno dopo la morte di Amedeo, uccidendo con sé la creatura che portava in grembo. Modigliani venne sepolto nel cimitero di Père Lachaise. Jeanne Hébuterne venne seppellita al Cimetière de Bagneux, vicino a Parigi, e fu solo nel 1930 che la sua amareggiata famiglia concesse che le sue spoglie venissero messe a riposare accanto a quelle di Modigliani La loro figlia di soli 15 mesi, Jeanne, venne adottata dalla sorella di Modigliani a Firenze. Da adulta, avrebbe scritto una importante biografia di suo padre, intitolata: Modigliani senza leggenda. Jeanne morì nel 1984 a Parigi, proprio nei giorni in cui si discuteva sull'autenticità delle tre teste, cadendo da una scala in circostanze alquanto misteriose (qualcuno sospettò che fosse stata spinta, ma l'autopsia non fu fatta e le indagini furono sbrigative). Oggi, Modigliani è considerato come uno dei più grandi artisti del XX secolo, le sue opere sono esposte nei più grandi musei del mondo. Le sue sculture raramente cambiano di mano e i pochi dipinti che vengono venduti dai proprietari, possono raccogliere anche più di 15 milioni di Euro Il suo "Nu couché" (Sur le côté gauche) venne venduto nel novembre del 2003 per 26.887.500 dollari. In occasione di una mostra promossa nel 1984 dal Museo progressivo di arte moderna di Livorno per il centenario della nascita e dedicata alle sue sculture, su pressione dei fratelli Vera e Dario Durbè si decise di verificare se la leggenda popolare locale, secondo la quale l'artista avrebbe gettato nel Fosso Reale delle sue sculture fosse vera. Secondo la leggenda infatti nel 1909 Modigliani tornò temporaneamente a Livorno decidendo di scolpire alcune sculture che mostrerà poi ad alcuni amici i quali lo avrebbero deriso consigliandogli di gettarle nel Fosso. Dragando il canale vennero ritrovate tre sculture rappresentanti tre teste, che molti critici tra cui Giulio Carlo Argan si affrettarono ad attribuire a Modigliani[3]. In questo episodio sembra inserirsi anche la morte di Jeanne Modigliani in circostanze mai chiarite, la quale era in procinto di partire per Livorno a causa del ritrovamento delle tre teste. Dopo alcuni giorni un gruppo di tre studenti universitari livornesi (Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci e Michele Ghelarducci) dichiararono che in realtà una delle sculture (la cosiddetta testa numero 2) era opera loro, realizzata per burla con banali attrezzi da muratore e gettata nottetempo nel Fosso Reale. Essi mostrarono anche una fotografia che li ritraeva con la scultura. I tre furono invitati a creare in diretta tv un nuovo falso, durante uno Speciale TG1, al fine di dimostrare coi fatti la loro capacità di realizzare una simile opera, in "così poco tempo" (come riteneva invece impossibile Vera Durbè, la quale fino alla morte si riterrà convinta, almeno apparentemente, dell'originalità delle tre teste). Successivamente, anche a seguito dell'invito rivolto in televisione da Federico Zeri, anche l'autore delle altre due teste uscì dall'anonimato; si trattava di Angelo Froglia (Livorno 1955-1997), un pittore livornese lavoratore portuale per necessità, già noto alle autorità per alcuni piccoli precedenti per il consumo di stupefacenti, il quale dichiarò che la sua non voleva essere una burla, ma che si trattava di un'"operazione estetico-artistica" per verificare "fino a che punto la gente, i critici, i mass-media creano dei miti". Ad avvalorare la posizione del Froglia vi era un suo filmato del mentre scolpiva le tre teste. Froglia mentre scolpiva le pietre realizzò anche il film "Paito e Apate... della persuasione e dell'inganno (Cerchez Modi)", che suscitò l'interesse della critica al Torino Film Festival del 1984. Il Froglia successivamente dichiarerà di esser stato incaricato da terzi dell'esecuzione dei tre falsi. Sette anni dopo un certo Carboni di Livorno asserì di possedere tre autentiche sculture di Modigliani. Egli le aveva custodite nella autocarrozzeria senza darvi importanza, dicendo di averle recuperate dalla casa dello zio durante la Seconda Guerra Mondiale. La ricostruzione questa volta sembra possedere elementi di verità in quanto Modigliani aveva affittato una casa nelle vicinanze della casa dello zio del Carboni detto "solicchio" rappresentato probabilmente da Modigliani in un suo dipinto [4]. Inoltre amici del "solicchio" ricordano quelle sculture viste a casa e lasciate da un pittore partito per Parigi, che sarebbe diventato successivamente famoso. Modigliani infatti aveva l'abitudine di lasciare le opere più pesanti presso amici. Il Carboni decise di mostrare le sculture ad esperti grazie all'interessameto di un certo Saracino che notò le opere. I primi atti verso l'autentificazione delle tre opere furono la richiesta di esportazione di queste e la denuncia per truffa contro Vera Durbè, la quale continuava a ritenere le tre teste degli studenti Livornesi degli originali. Di fatti per la legislazione Italiana solo opere che non abbiano valore artistico sono autorizzate a lasciare il paese. Questa richiesta inizialmente suscitarono l'imbarazzo delle autorità Toscane, le quali, visti i precedenti, non ebbero affatto il coraggio di certificarne l'autenticità, rimettendo la decisione alle Istituzioni. La perizia fu dunque effettuata da una funzionaria del Museo d'arte moderna di Roma. Questa dichiarò le opere dei falsi, portando di conseguenza le autorità ad aprire un inchiesta contro il Carboni e il Saracino, per falsificazione. Le tre teste furono poste sotto sequestro. Una di queste andrà persa per sempre. Il Saracino, il Carboni, e il critico d'arte al quale s'erano affidati, furono però prosciolti, in quanto come dichiarato dal giudice non era possibile attraverso quel processo verificare l'autenticità, o il contrario delle opere. Inoltre ad avvalorare la buona fede dei tre imputati fu il fatto che questi si fossero rivolti direttamente alle autorità competenti. Fra le tesi che screditarono la perizia effettuata dal Museo d'Arte Moderna di Roma, vi è quella secondo cui questa venne fatta confrontando le tre teste in questione con delle opere attribuite si a Modigliani, ma verso le quali numerosi critici d'arte nutrivano seri dubbi circa l'autenticità. Queste opere, dal valore potenzialmente inestimabile, saranno molto probabilmente vendute all'estero, dopo che queste sono state divise fra i discendenti dei tre imputati.
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